Ares

Ares era il dio della guerra, della violenza. Si raccontava che con sua sorella Eris go-desse nel suscitare sempre nuovi contrasti tra i mortali in modo da risolverli nel san-gue di tremende carneficine e di brutali saccheggi. Tutti, mortali e immortali, com-presi i suoi genitori Zeus e Era, non lo amavano e diffidavano di lui.

Il marmo della collezione Ludovisi è stato definito da Winckelmann come “il più bel Marte dell’antichità”. Rinvenuto negli anni ’20 del 1600 fu restaurato da Gian Loren-zo Bernini con integrazioni, volutamente riconoscibili, come il naso, il piede destro e l’elsa della spada. Il Dio è rappresentato a riposo, seduto nudo su di una roccia. Ai suoi piedi gioca Eros fanciullo riferimento agli amori del dio con Afrodite. Alcuni stu-diosi hanno stabilito un nesso tra l’Ares Ludovisi e la statua di “Marte seduto” de-scritta da Plinio come opera di Skopas minore. La statua, secondo lo scrittore roma-no, si trovava nel tempio di Marte in Circo Flaminio in un gruppo che comprendeva appunto Marte, Eros e Afrodite. Tuttavia nella scultura si riconoscono influenze di-verse: dalla postura fidiaca, all’espressione patetica del viso di Skopas di Paro fino alle proporzioni del corpo riconducibili a Lisippo.
La mia poesia trova ispirazione nel contrasto evidente tra la calma della posa e il compito crudele assolto dal dio sulla terra.

Quel che tocco lacero,
corrompo, rovino ogni strada;

creo contrasti, malumori
per risolverli con la spada.

La terra è nera e m’attira.
Io non mi faccio pregare.

Scendo veloce per ferire,
mai avverto prima di colpire.

Mi rallegra la morte
quand’è colma di dolore

e il sangue con le sue sciagure,
la sua gloria, il suo splendore.

No, non ti ho dimenticato!
Sono pronto a morire.

Avanzo senza far rumore.
Faccio leva col piede pesante

per meglio fiutare la sorte.
L’affretto, ne sento il sapore,

so concentrarmi sul dolore.
Il mio corpo brucia le ossa,

rovina cadavere lungo la notte.
Si spegnerà, si farà seppellire

per lasciarsi piangere
e poi germogliare.