Il pugile a riposo

Il pugile delle Terme è una delle opere d’arte dell’antichità più ammirate. Dal ritrovamento – nel 1885 sulle pendici del Quirinale dove sorgevano le Terme di Costantino – si è acceso un intenso dibattito tra gli studiosi durato più di un secolo e tutt’ora in corso. C’è chi si è fatto inizialmente ingannare dalla presunta firma “Apollonios Nestoros” rilevata sul guantone sinistro da Rhys Carpenter nel 1927. Chi ha collocato l’opera alla fine del IV secolo a.C. (riconducendola a Lisippo e alla sua scuola) e chi l’ha riferita ad una produzione tardo-ellenistica del I secolo a. C. C’è chi ha creduto di riconoscere il pugile in quel Mys di Taranto che vinse per la prima volta nel 336 a. C. in Olimpia al termine di una massacrante carriera fatta di continue sconfitte e chi vi ha visto Polidamante, atleta dalla leggendaria forza nato in Tessaglia e poi chiamato alla corte di Persia da Dario II. C’è poi chi lo ha identificato in un personaggio storico e chi in uno mitico, eroico.

Tuttavia sia che la scultura rappresenti un perdente che trova inaspettatamente la vittoria a fine carriera o un atleta vincitore, sia che essa raffiguri un personaggio storico o un eroe, quel che conta per noi – ciò che da sempre ci ha attratto –  è la “trascendente stanchezza” (Paolo Moreno) che vi trapela. Rappresentato dall’artista nell’atto di volgere il capo nel mentre qualcosa di speciale sta accadendo, il pugile è seduto, fortemente segnato da ferite profonde e da un copioso sanguinamento su tutto il lato destro del corpo. Non sappiamo con certezza che cosa significhi quel volgersi del capo: è forse l’ascolto del verdetto del giudice? O una nuova chiamata al combattimento? È uno sguardo alla folla incitante? O forse una muta interrogazione a Zeus alla ricerca di una qualche risposta? Le numerose controversie scaturite nel tentativo di spiegare quel gesto ha fondato tutto il mistero e la poesia, tutta la seduzione, dell’opera.

Nel comporre il testo è stato per me naturale parlare di quel momento dal punto di vista del pugile. Ho deciso di farlo senza parteggiare per una interpretazione o per l’altra. D’altronde ogni volta che si vuole analizzare un’opera la si profana, si attenta alla sua irriducibilità.


va tutto
bene
mi sento
bene
colpisco
bene
preciso
duro

ci siamo!
supero
il limite
non sento
più nulla
ora
vedo però
la sua smorfia
è una smorfia
di dolore
capisco che
sta soffrendo
che sente
come un blocco
una morsa
pare prigioniero
del suo stesso corpo
si sbilancia
pare cedere
no!
è ancora lì
ha quell’occhio
quell’occhio fisso
con quello
m’incalza
mi tampina
avanza
torno
a sentire
ora
delle voci
urlano
sento
chiamare forte
il mio nome
ecco!
ci siamo!
non sento
più nulla
supero
il limite
colpisco
veloce
danzo
leggero
va tutto
bene
mi sento
bene
colpisco
e mi muovo
bene
a brevi falcate
a piccoli passi
giro
dove devo
faccio tutto
come si deve
lui si fa sotto
mi colpisce
fa caldo
sento
il mio corpo
libero
sento
ogni fibra in me
che reagisce
continuo a muovermi
e a colpire

ci siamo!
lui accusa
i miei colpi
capisco che
devo tener duro
e andare avanti
mi colpisce
in faccia
esonda in me
dolore puro
inarginato
mi tocco
la piaga
è aperta
sbotta sangue
ma non è
niente
va tutto
bene
è solo
sangue
lo fisso
quell’occhio
ricambia
ma sto
bene

ci siamo!
non vedo
più nulla
sento
sento soltanto
un gran calore
venire su
e il mio corpo
rantolare
sboccare
è il mio corpo

il mio corpo
che rantola
schiuma
avvampa
sono tutte
fitte
quelle che sento
è tutto
dolore
quello che provo
ma dura
un attimo
dura
un attimo
soltanto

è tutto finito
è andata
come doveva
come avrei voluto
non andasse
mi guardo
come da lontano
la piaga aperta
sbotta ancora
sangue
ma va bene
così
ho sempre vissuto
così
in un mare
rosso
rosso
di sangue
mi guardo
e mi vedo
una lontananza
e tutto
è splendore
lì dove sono
tutto
è calma
e voluttà
e piacere
tutto
è amore
mi guardo
e vedo un uomo
un uomo soltanto.